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Non sei qui
eppure modifichi lo spazio.
Ti penso
e la stanza cambia geometria,
gli oggetti si spostano
verso un centro che sei tu,
anche senza esserci.
Non è il tuo corpo
che mi manca per primo,
ma il modo in cui
lo immagino arrivare,
l’anticipo,
l’errore voluto della mente
che ti avvicina più di quanto sia lecito.
Mi sorprendo
a trattenere il respiro
senza motivo reale,
come se da un momento all’altro
dovessi sentire le tue mani
interrompere un pensiero.
E il pensiero si offre.
Non oppone resistenza,
anzi costruisce da solo
il punto esatto
in cui cedere.
È lì che diventi pericolosa:
non quando tocchi,
ma quando impari
come penso.
Perché da quel momento
ogni distanza è finta,
ogni attesa è già compromessa.
E io resto
in questa soglia sottile,
dove non accade nulla
ma tutto è già successo
dentro.